Rassegna stampa

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Riccardo Sabbadini
alias Ricc Sabba


P R E S S


Cosa hanno scritto
dei miei lavori
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Apertura Ricc Sabba

Piero Berengo Gardin
maggio 2002 - Roma

Calvino e Calvino
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Si può sapere in che mondo viviamo?
Certamente dov’è impossibile, ormai, definire una logica e accettare il reale.
Ma non s’era detto che la fotografia era un’altra cosa, rispettosa e garante del nostro sguardo ubiquamente inquieto? Un tempo forse sì, quando luce e veleno autenticavano i tratti di un volto e la città non era un’insostenibile pesantezza dell’essere, invasa dalle ombre del disagio urbano, ma disegno di un ideale concerto di futuro, di ordine e di simmetria rinascimentali.
Oggi, l’uomo immagine opera in un opificio di pietre dure le cui icone sono scomposte in infiniti frammenti, intarsiate da effetti speciali, disturbate da continue interferenze, discusse da verifiche incerte, sfuocate da impronte evanescenti. Sono i sudari del nuovo millennio, sindoni pagane di corpi spezzati, parti separate di esseri dimezzati, figure senza corpo di cavalieri inesistenti.
Calvino e Calvino, dunque. Ricerca filosofica di rigorosa etica civile e il grottesco di apologie fantascientifiche, di memorie umanistiche e di ironici artifici. Ad essi non sfuggono onore e ambizione dell’autore nel farsi traghettare, come devoto viaggiatore, da colui che a molti di noi ha indicato una strada da percorrere tra colpi di pistola ed enigmatici sguardi.
In fondo, non siamo neppure opachi.
La luce, e non solo, ci trafigge.

Piero Berengo Gardin
luglio 2005 - Roma

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Fame?
Avete letto bene: si tratta proprio di fame, breviario di maxima moralia da leggere e da vedere senza perdere di vista due tracce indipendenti e parallele, scrittura di penna e scrittura di luce.
Attenzione: le immagini non sono illustrazioni e basta, la scrittura non è solo didascalia. La sazietà, se non è già disgusto, si raggiunge per gradi solo in un punto all’infinito, luogo geometrico di celeste astrazione dove entrambi i segni sono come scia dissolvente di meteora o riflesso di asteroide.
Anzi, di asterisco. Ecco il punto: quel piccolo punto grafico fatto di molte punte
che non sembra dire granché ma che invece precisa qualcos’altro che a prima vista non appare.
Fame? Vedo e leggo in controluce un pamphlet di buone maniere, un corsivo di malcostume, un contravveleno antiviolenza, una parabola evangelica. Una lieve scossa tellurica che porta infine all’anoressia più che al nutrimento alla vista di quei corpi disseccati dalla luce,
pronti a far esplodere di rabbia un televisore qualunque bruciato vivo da indigesti colpi di spot.

Dario Evola
giugno 2006 - Roma

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L’immagine è qui, ma l’ombra è altrove!
Riccardo Sabbadini
liberala fotografia dalla schiavitù dell’istante,
affrancandola dalla registrazione la rende ironico enigma.
I corpi diventano leggeri ready-mades.
Suscitano piccole epifanie queste immagini
sospese dal loro qui e ora.
Superano il loro “già stato”,
divengono istantanee “en passant”.
L’immagine come passaggio e non come paesaggio.
Corpi dematerializzati indicano possibilità.
L’immagine è un appuntamento con una sconosciuta…..

Dario Evola
Roma, marzo 2008

Per Riccardo Sabbadini
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Ci sono nature morte… di noia, e nature che… fanno morire di terrore!! La storia della pittura moderna in Occidente ha ingaggiato un lungo combattimento con la fotografia, fin dal costituirsi della nuova possibilità di ottenere una immagine di tipo nuovo, senza più la mano. La fotografia ha giocato alla pittura una serie di tranelli, fino a fare perdere alla vecchia signora lo statuto di unica depositaria della verità dell’immagine. La nuova immagine meccanica ha iniziato un lungo percorso che ha movimentato e riarticolato lo sguardo nella “rotativa per immagini” della pellicola cinematografica, e poi nel movimento reso possibile dai linguaggi digitali. Ma, a dire il vero, se andiamo a cercare un po’ indietro troviamo già nelle regole della pittura qualche strana devianza. Ad esempio dalla invenzione di Gutenberg, la stampa pone l’immagine su un piano orizzontale e, nel gran gioco barocco, troviamo le anamorfosi, una sorta di antenate delle installazioni, pitture, figure, che costringevano, per rivelarsi allo sguardo dello spettatore, a prendere una posizione, a compiere un movimento di spostamento, per ricercare e trovare non un punto di vista qualsiasi, ma quel punto di vista che permette l’improvviso disvelamento della verità dell’immagine. L’artificio “apre” la visione e mostra l’inganno ottico prospettico che tutti pensiamo come scontata visione “naturale”. L’occhio fotografico è estensione e articolazione dello sguardo. Il fotografo articola una grammatica della visione che, a sua volta, deve essere declinata dallo sguardo dello spettatore se questi vuole veramente “vedere” qualcosa! Riccardo Sabbadini apre ad un gioco divertito, ironico, ma essenzialmente etico, l’occhio dello spettatore e il suo stesso equilibrio. Le immagini fotografiche di Sabbadini giocano con l’inventio barocca, articolano le fotografie tra le pieghe del senso e dello sguardo. Ci troviamo di fronte ad immagini prodotte dalla macchina, anzi dal medium digitale che nel suo caleidoscopio ”piega”, gira e fa compiere impossibili torsioni alla vecchia immagine prospettica frontale, verticale. Al rigore della macchina, sopraggiunge come una sorpresa, come un lapsus, il gioco dell’artista, il gesto pittorico. Come in Magritte il sonno dello spettatore è destato e spiazzato fra l’immagine “rappresentata” e l’indicazione di un imprevisto indice deviante. Riccardo Sabbadini invita lo spettatore ad entrare nel gioco creativo del senso, considerando l’immagine non l’immagine di qualche cosa, ma un possibile luogo di costruzione di azione. In fondo vedere è un atto, e l’artista è sempre quello che sposta le insegne!

Piero Berengo Gardin
Roma, marzo 2008

Diversi per dimensione
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Luce e veleno, amplesso primordiale consumato per mettere al mondo in una lastra di rame un altro mondo fatto di figure illusorie, hanno lasciato in eredità il forte dubbio che ciò che si vede non sia poi come si pensa che sia. Alla fine, la realtà sarebbe invece un’altra cosa, una specie di figura immaginaria ottenuta con la costruzione di abili meccanismi descrittivi. Il risultato è un artificio fatto di infinite, possibili combinazioni volte alla definizione di una scrittura visiva di eterogenea articolazione e composta di molteplici, instabili varianti. Fuori del campo della fotochimica, stiamo per essere proiettati nelle dimensioni della geometria tradizionale che con regole matematiche, come è noto, studia le relazioni spaziali e le forme dei corpi. Il digitale è visione fredda, strumentale e apatica. Se non ha incastri precostituiti, consente tuttavia la massima libertà possibile di interazione fra infiniti frammenti di realtà comunque riconducibili a singole unità espressive, scelte secondo visioni interiori del tutto personali. Il reale è così un dato talvolta assiomatico, cioè non dimostrabile secondo un certo numero di leggi e perciò persino illeggibile e traumatico, ben oltre quelli che sono i confini tradizionali euclidei. Ecco perché ciò che vediamo da spettatori, al di là dello specchio della nostra psiche, è un universo distorto e deformato, sono forme architettoniche di una città distrofica e spesso illeggibile, scomposta nei suoi sintagmi originali, negazione di un modello accademico consacrato e avviato, già da tempo, a una progressiva, implacabile de-costruzione. E’ ciò che si deduce da quanto affermano in proposito, tra gli altri, Peter Eisenmann e Frank O’Gehry, due architetti che hanno sovvertito in anni recenti l’ordine della geometria consolidata sfidando i concetti di dritto e di rovescio, discutendo sulla linea orizzontale mentre quella verticale non ce la fa’ più a stare in piedi da sola e si comprime, si affloscia e torcendosi come un organismo offeso nelle proprie viscere, sembra addirittura crollare sotto i colpi inferti a un file aggredito dalle turbolenze di effetti speciali. Ammettiamo, dunque, che il nostro sguardo è radicalmente cambiato e sta per abbandonare le antiche certezze di forme acquisite e ampiamente collaudate. E c’è chi aggiunge anche che è così che si cresce e in questa differenza si diventa adulti.

Cristina Guerra - Art&trA - Bimestrale, luglio agosto 2008
Galerie Gondwana präsentiert Arbeiten von Ricc Sabba.
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Nach der erfolgreichen Ausstellung in der Kunstkammer Friedenau, die noch bis zum kommenden Sonntag, dem 9. September andauert, werden weitere Werke des italienischen Künstlers Riccardo Sabbadini in der Galerie Gondwana in der Merseburger Straße 14 in Berlin- Schöneberg zu erleben sein. „Eintauchen in 'n' Dimensionen nennt der gebürtige und in Rom wirkende Künstler diese Präsentation. – Das Thema der Figur im Raum mit ihren Bewegungen und den damit verbundenen Wechseln von Räumen mit ihren unterschiedlichen Lichteffekten und unsichtbaren oder sichtbaren, meist aber spürbaren Begrenzungen, beschäftigt Ricc Sabba schon sehr lange. Ursprünglich ausgehend von der historischen Fotografie, die ihm zu enge Grenzen für seine künstlerischen Ambitionen setzte, begab er sich auf den Weg, fing mit dem Verwandeln von Fotos zu phantasievollen Collagen an und macht sich dann mehr und mehr die Möglichkeiten der digitalen und Computertechnik zu eigen. Durch das Überschreiten technischer Grenzen und das Verbinden mehrerer Techniken mit seinen eigenen Bildphantasien entstehen neue visuelle Erlebniswelten und –möglichkeiten. Ricc Sabba spielt nicht nur mit den Techniken sondern auch mit den Sehgewohnheiten der Menschen. Neben den Rayografien erfreuen vor allem die erfrischenden Werke der Lichtgrafik. Durch das künstlerische Arbeiten mit dieser Technik entstehen anmutige Bilder, in denen traditionelle Bildgegenstände, wie sie beispielsweise in holländischen Früchtestilleben des 17. Jahrhunderts vorkommen, und die Effekte der uralten Glas- und Hinterglasmalerei ganz neu und zeitgemäß zum Tragen kommen. „Cinquencento“ zeigt noch deutlicher, wie der Künstler Zeitgenössisches und Historisches spielerisch verbindet. Eine ganze Reihe ornamental wirkender Arbeiten erweitert die Schau um poetische Effekte. Das mehrschichtige Hinterlegen von Farbflächen und –formen bringt 'n' Dimensionen für das Erleben von Farben mit sich, die das Auge magisch festhalten. Weitere Arbeiten liegen in Buchmappen aus, mit denen der Künstler die Ausstellung auch textlich begleitet.

Sibylle Schulz, Mamerow, 7.9.2012