Il mio vicino Totoro e District 9.

Ovvero, come affrontare l’alieno che è dentro e fuori di noi.



Parliamo di due film che si collocano tra di loro a una distanza apparentemente incommensurabile. Il primo, cartone animato realizzato vent’anni fa – e uscito in Italia solo ora – dal giapponese Miyazaki, uno dei grandi vecchi di quel linguaggio e genere. L’altro, primo film del trentenne Neil Blomkamp, regista nato e cresciuto in Sud Africa e ora professionalmente attivo in Canada, realizzato con tecniche sofisticate e ultramoderne che attingono sapientemente sia agli effetti speciali della computeristica che all’immediatezza documentaristica delle interviste e della steady camera (stile peraltro già efficacemente adottato da Brian De Palma in Redacted). Il primo è un film poetico e favolistico, il secondo una fragorosamente adrenalinica fiction con annesso rigoroso messaggio morale.

Il mio vicino Totoro è un inno alla vita di campagna, all’avvicendamento delle stagioni, ai loro lenti ritmi e intensi riti. Ne sono protagonisti una famiglia, i contadini del luogo, la nonnetta e il suo orto con i prodotti genuini, il papà responsabile e protettivo e la dolcissima mamma purtroppo malata – ma specialmente le due sorelle bambine, la loro fervida immaginazione, la loro sensibilità visionaria. Totoro è nel film di Miyazaki una enorme, morbida creatura che vive nel profondo di un gigantesco albero fronzuto. E’ il cuore benefico della vita naturale, basta saperlo trovare e sapergli parlare che lui mette le sue straordinarie proprietà a disposizione. Al contrario, le creature aliene di District 9 sono mostri simili a enormi gamberoni dalle chele giganti e il muso raffigurato come una ripugnante frittata di vermi in prensile agitazione. A fisiognomicamente salvarli, e a rivelarne la vera natura, sono gli occhi, costantemente sgranati e mansueti. Sono arrivati da un altro pianeta, sbarcati a milioni da una astronave in avaria nel cielo sopra Johannesburg, rinchiusi in uno sterminato campo-bidonville alla periferia della città. Si nutrono golosamente di scatolette di cibo per gatti, possiedono armi tecnologicamente molto più sofisticate e potenti di quelle degli umani, che però possiedono in quantità molto limitata e che soltanto loro sanno come far funzionare. L’unico loro insopprimibile desiderio è quello di ripristinare il funzionamento dell’astronave per potersene tornare a casa.

Niente di più diverso e distante di questi due film, quindi. Il mio vicino Totoro è pieno di amore poetico per una natura rappresentata come forte, generosa, idilliaca - e di solidarietà cordiale e curiosa tra i componenti della famigliola protagonista e i membri della comunità di contadini da cui è accolta. I valori lì dominanti sono lavoro, sobrietà, amore per i campi e la natura, benevolenza curiosa, ospitalità. Le scene all’interno degli orti e dei campi, o del lavoro di apprendimento nella scuola elementare di campagna, fanno venire il magone per la nostalgia. District 9 è invece farcito di una violenza permanente di tutti contro tutti: mors tua vita mea, ti scanno io prima che mi accoppi tu, e vai con gli arti staccati e i fiumi di sangue, il vomito e gli escrementi sbattuti in faccia. In Totoro le presenze aliene impersonificano le forze fondamentalmente benigne presenti in natura, basta saperle vedere, prendere per il verso giusto, capirle ed entrarci in sintonia, come sanno fare bene le due bambine protagoniste. Le giornate trascorrono tra giochi e risate, entusiasmo per le scoperte e allegria per le scampagnate. In District 9 dilagano invece violenza, avidità, rivalità, sopraffazione, sete di potere nel fare a gara a chi conquista la più avanzata ed efficace tecnologia distruttiva. La banda dei mercenari nigeriani che trafficano armi e cibo e procurano qualsiasi cosa, basta pagare, sono in questo una tribù di ceffi esemplari.

Però, a ben pensarci e a ben vedere, tra i due film apparentemente così lontani qualche elemento significativo in comune c’è. Ad esempio, sia pure in modo diverso, in ognuno c’è ed è affrontato il problema dell’emergenza, della minaccia che irrompe della malattia e della morte. In Totoro nella forma più tradizionale e consueta – la malattia della mamma perennemente ricoverata in ospedale, la fuga e la scomparsa di Mei, la sorellina più piccola; in District 9 in forma più plateale ed esibita, ché lì di forme e modi per farsi la guerra ed eliminarsi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma i due film hanno alla fine la stessa risposta, che è l’unione a difesa del male che irrompe a partire dalle capacità di reazione del nucleo affettivo primario – che nei due film, guarda caso, è identico: in Totoro il padre e le due figlie bambine, più l’alleanza con la nonnetta e il suo nipotino invaghito della bambina più grandicella; in District 9 nel rapporto tra gli alieni padre e figlio, tenerissimi e loro sì realmente umani malgrado l’involucro corporeo orrendo, alleati con l’unico umano che per un incidente si trova a partecipare della loro natura e condizione. Quello è l’amalgama, quello è il trait d’union proposto a salvezza di situazioni drammatiche nei due film: il vecchio giapponese e il giovane sudafricano-canadese ci dicono che il contesto, la fase, le circostanze possono essere i più lontani e diversi, casini e impicci e complicazioni possono essere i più vari, ma uno spiraglio di salvezza possibile ha il suo cuore nel legame solidale tra affini, nell’alleanza fiduciosa e indomabile tra oppressi.

Una annotazione finale: District 9, specialmente nella seconda parte, quella della caccia spietata al terzetto dei due alieni padre e figlio più umano ibridato, propone ad accompagnare il calvario straziante dei tre una colonna sonora particolare, quella di un triste e ossessivo canto salmodiante tipico della cultura musicale arabo-islamica. Non è che il regista (ma mi rendo conto che potrebbe trattarsi di un pensiero azzardato) ha voluto così suggerire un qualche parallelo, una somiglianza tra la condizione e il destino degli alieni perseguitati nel film e la condizione dei popoli arabo-islamici in generale, dei palestinesi e talebani in particolare, dei libanesi, iracheni, afghani invasi e depredati della loro storia e identità, ricchezze e risorse?

E se la soluzione del tragico attuale viluppo fosse quella di aprirsi e accettare di incontrare l’altro - l’estraneo, il diverso, l’alieno – di lasciarsene penetrare, ibridare e contaminare, così come succede nei due film, in Totoro in modo poetico-favolistico, in District 9 in forme di messa in discussione perfino dolorosa e violenta della propria mentalità/corporeità, ma alla fine l’unica realmente funzionante e risolutiva? Se non rinunciamo a una parte di noi, per quanto cara e abituale, se non accettiamo di interiorizzare e diventare anche l’altro, dicono i due registi, ci escluderemo e ghettizzeremo a vicenda, ci bloccheremo e ammaleremo tutti, andremo verso forme sempre più violente di distruzione reciproca.

Sarà poi questo un pensiero così azzardato?

Gian Carlo Marchesini